goldfishCos’è il web 3.0? tutti ne parlano e nessuno sa cosa sia davvero! Ciò che è certo è che gli investitori delle grandi industrie dell’IT sbavano all’idea di avere un nuovo emisfero (ancora sconosciuto) dove poter  far fluttuare i loro capitali.Quello che ci dicono esperti come Jeffrey Zeldman è che, tuttora, il tanto blasonato web 2.0 è difficile da definire con precisione.
Cercherò quindi di non dare definizioni ne del web 2.0 nel del 3.0. Concetti troppo aleatori per essere definiti, ma tanto blasonati da essere diventati oggetto di discussione e dibattito da parte degli “altri media” diventando quindi crossmedia. Sono infatti proprio i media più tradizionali che hanno dato libero sfogo a futuristiche  e visionarie previsioni sulla rivoluzione mediatica offerta dal web evoluto.
E’ cosi che chiamerò tutto il mondo di internet nella sua configurazione attuale e futura. Quello fatto di social network, blogsfere, palloni industriali dell’IT ecc.
Il cardine di questa matassa di definizioni e analisi economico/sociali è solo uno: i contenuti.

Esiste una continua ricerca mirata a dare ordine a una quantità di contenuti che cresce in modo esponenziale, e questa ricerca vorrebbe assegnare etichette web 1.0,  web2.0 o 3.0 ai vari contenuti web, processo che avrebbe un senso se non fosse che le logiche di classificazione (teorica intendo) sono sempre più legate alle logiche di mercato. Finanziate dalle grandi aziende queste ricerche vogliono etichettare ciò che mio avviso non è etichettabile per poi investire dove più conviene.
La produzione e di conseguenza la fruizione dei contenuti sul web è soprattutto legata alla libera circolazione.
E’ proprio il concetto di libera circolazione dei contenuti web  che, troppo spesso assimilato a quello di libera circolazione delle merci, ne rende tanto complessa la sua classificazione.
La differenza semplice ma essenziale è proprio che a il primo a differenza del secondo non è necessariamente a pagamento. La quantità di contenuto gratuito sul web è proprio il limite che paradossalmente il web stesso pone a ogni tipo di classificazione.

Poniamo per assurdo che tutto il contenuto internet sia a pagamento e prodotto da aziende che lo rivendono, la sua classificazione risulterebbe estremamente agevole. Sarebbe il prodotto di una “catena di montaggio” informativa che, come ogni catena di montaggio, produce degli specifici prodotti, assegnabili a uno specifico mercato e quindi classificabili all’interno di uno specifico settore commerciale. Anche nel caso in cui non fosse possibile classificare con massima precisione il prodotto finale, sarebbe comunque possibile classificarne le parti costitutive.
Insomma in un assurdo mercato dei contenuti internet tutto potrebbe stare nella giusta bancarella e essere facilmente trovato grazie all’aiuto del venditore.

Quanto detto potrebbe porre  per assurdo come sia difficile classificare i contenuti internet secondo logiche di mercato.
La varietà dei contenuti sul web e risaputa, lo sono altrettanto le modalità di inserimento e fruizione di tutti questi contenuti.

Nessuna classificazione a priori quindi.  La sfida!

La sfida viene dai motori di ricerca ovviamente, sono questi ultimi infatti a decretare il valore dei contenuti internet. O meglio è la posizione che i contenuti ottengono sui motori che dovrebbe attestare una maggiore qualità e quindi un maggiore valore, in funzione della pertinenza con le parole chiave utilizzate.
Gli algoritmi utilizzati da google & co. per assegnare valore ai contenuti web tengono conto di una moltitudine di fattori. Il PageRank, il TrustRank e la link popularity sono i sistemi più conosciuti per la classificazione delle pagine web.
Ma nuove forme di classificazione dei contenuti internet si apprestano a entrare in gioco nella guerra della ricerca…
Intanto andate a vedere cos’è il web semantico


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